Pubblicato in: storia

Scritti tra la Penna e la Luna

La raccolta contiene racconti pubblicati su varie riviste e vincitori di concorsi letterari. Buona lettura

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pennaEluna

Pubblicato in: storia

La Polvere d’Arcobaleno

Finalmente anche il romanzo ” La Polvere d’Arcobaleno” vede la luce dopo quasi dieci anni. Ovviamente qualunque giudizio arriverà graditissimo, anche se il romanzo è abbastanza corposo. La storia è ambientata parte in Italia, parte in Siria e anche in Bretagna. Va indietro nel tempo fino a risalire ai Templari e prima ancora alla Dea Madre. Narra di un importante ritrovamento archeologico ma anche del mistero di una sparizione.

Per chi ama l’avventura, la storia e anche la suspense del romanzo poliziesco…una bella sfida da portare sotto l’ombrellone.

Buona lettura a chi si vorrà cimentare.

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EMANUELA VACCA

LaPolvereDArcobaleno

 

Pubblicato in: Racconti

Io, donna

IoDonna

Da oggi, la mia novella scaricabile gratis in formato pdf

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Pubblicato in: DIDATTICA, tempi moderni

Tutti uniti contro il bullismo

 

Contro il bullismo

 

Pubblicato in: storia

Piazza Vetra , il buco nero di Milano

Ed eccoci arrivati nel buco piu’ “nero” della città di Milano. Luogo che ha visto, nel corso dei secoli, scorrere il sangue dei condannati, gemere i lamenti di ogni forma di supplizio, morire la povera gente soffrendo, vecchi e bambini, uomini e donne, colpevoli della loro miseria. Posto che ha guardato accorrere maghi, negromanti e satanisti per evocare gli spiriti dell’inferno, disputandosi a suon di zecchini i pezzi dei cadaveri straziati dal boia. Prati che hanno posseduto l’ago di catalizzazione delle forze del male. Piazza in cui sono bruciate le immagini dei rei assenti. Piazza Vetra, piena di fantasmi, l’ultimo e’ quello della vecchia mala, ammazzata dalla mafia al servizio dei poteri dello Stato. Si chiamava Rosetta, e la sua canzone si canta ancora oggi nelle osterie milanesi.
Sicuramente piazza Vetra era un territorio abitato dagli spiriti maligni fin dall’antichita’. Se le forze del male non l’avessero eletta a propria dimora, comunque vi sarebbero state chiamate da orde di anime morte senza pace nelle sofferenze piu’ atroci, senza mai aver conosciuto amore in vita.
Tanto tempo fa, il piazzale, era una specie di grande prato, attraversato da un canale che si chiamava Vetra, o Vepra. In realta’, quel fiumiciattolo era peggio di una fogna a cielo aperto: sulle sue rive i vetraschi (conciatori di pelli) risciacquavano con l’acqua e aggressive sostanze chimiche i cadaveri semiputrefatti degli animali, che dovevano trasformarsi in pellicce e borse e scarpe.
Era un lavoro rischiosissimo: le esalazioni, la sporcizia e la materia in via di decomposizione provocavano infezioni mortali. Dopo qualche mese, anche l’organismo piu’ resistente esalava l’ultimo respiro, tra i miasmi asfissianti che impestavano l’intera zona. Nessuno che avesse potuto scegliere si sarebbe sobbarcato una simile professione.
Allora i conciatori si rivolgevano agli orfanatrofi: quando i trovatelli diventavano capaci di lavorare, pagavano qualcosa alla pia istituzione e li mettevano a raschiar pelli. Li facevano dormire nelle baracche tirate su sul greto di quel canale di scolo che era la Vetra. Gli davano qualcosa da mangiare, e li facevano lavorare come schiavi fino a quando duravano. Quando si ammalavano, li lasciavano crepare senza ombra di medico: tanto quelle infezioni non erano curabili. Poi li sostituivano con arrivi freschi: il problema dell’infanzia abbandonata non e’ una prerogativa del XX secolo.
A centinaia e migliaia morirono nell’assoluta disperazione. Nessuno si fidava a scendere fra tanta morte: era come un lebbrosario, in cui la carne viva si disfaceva ancora attaccata alle ossa. Attorno alla Vetra abitavano soltanto i miserabili: le maledizioni a Dio e agli uomini e le invocazioni alle forze del male erano le uniche in grado di dare l’illusione di cambiare il corso di una vita senza fede ne’ speranza, sprofondata in quanto di piu’ malvagio l’uomo abbia potuto creare per sete di ricchezza e di potere.
Se i demoni prima non c’erano, gli esseri umani li hanno portati alla Vetra a forza.
Il palco era fatto di legno. Alto circa un metro. Enorme, copriva decine di metri quadrati. Sopra, l’intero armamentario che l’intelletto umano invento’ nel corso di parecchi secoli di storia per arrecare morte e causare dolore e sofferenza. Tutt’intorno, un’inferriata per evitare che la gente si avvicinasse troppo.
Un’altra sezione della piazza era dedicata ai roghi. Vi si bruciavano persone vere e immagini. Con una particolarita’: la gente ammazzata in piazza Vetra apparteneva alla bassa plebaglia. I signori, venivano eliminati in piazza Mercanti o al Verziere, col privilegio di non dover subire la pubblica tortura: a meno che non fossero eretici confessi, come Maifreda, cugina di Matteo Visconti.
Sotto il patibolo satanisti, maghi, negromanti attendevano la fine del supplizio, per comprare qualche pezzo di carne morta. In certi casi, si disputavano i brandelli di un cadavere a suon di zecchini. Venivano mascherati, perche’ appartenevano alla Milano bene e non amavano farsi riconoscere; oppure, mandavano qualche servo a svolgere la commissione per loro. Ma era sempre meglio accertarsi della qualita’ della merce prima di farsela portare a casa.
Come finivano quei poveri resti? Polvere di ossa umane triturate, corde utilizzate come cappi per impiccare qualche povero diavolo, grasso di condannato (elemento estremamente difficile da reperire, vista la classe sociale a cui appartenevano i rei, che soffrivano di una grave forma di fame cronica), e amenita’ del genere erano richiestissime per preparare filtri, pomate, unguenti, bevande che servivano nelle evocazioni del Maligno.
Fra i bocconi piu’ richiesti, le braccia. Possibilmente non rovinate, muscolose e maschili, giovani e fresche. Gli avambracci servivano a fabbricare le mani di gloria. Ovvero, imbalsamate, con procedimenti magici (naturalmente), dal gomito in su venivano messe in posizione eretta; il pugno chiuso serviva a reggere una candela nera. Quello che restava dell’arto si perdeva, imputredendo; o veniva utilizzato per altri composti di minor valore.
Questo era un arnese di grande valore nell’invocazione satanica: la candela accesa e’ il simbolo dell’individuazione, della fine della vita che si concentra in fuoco. La cera, lo stoppino, il fuoco e l’aria che si uniscono nella fiamma ardente, mobile e colorata sono una sintesi di ogni elemento del creato: nella luce e nel calore di una candela sono attive tutte le forze della natura.
Attraverso la mano di gloria, conoscendo le regole del corretto cerimoniale, che comunque stanno scritte in molti testi, reperibili in biblioteca ma anche sulle bancarelle, e, sopra ogni cosa, volendolo fermamente e desiderandolo di cuore, si puo’ avere, secondo la tradizione, la possibilita’ di un approccio diretto con le entita’ infernali. In questo modo si puo’ stringere un patto di vario grado, anche revocabile, col demonio: come insegna il dottor Faust, buonanima.
Dato che la Vetra fu sede di escuzioni dal 1000 al 1814, singole e di massa, i commercianti di cadaveri fecero sempre buoni affari.

By Emanuela Vacca


FONTI:STORIE DI STREGHE MILANESI-M.ZUCCA

Pubblicato in: Racconti, tempi moderni

Cara Signora Erminia

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E te ne sei andata, cara Signora Erminia, così ti chiamavo non osando darti del tu. Una signora vecchio stampo, con la quale dialogare era sempre un piacere quando andavo al fiume. Te ne stavi sotto la tettoia del circolo di canoa, dignitosamente seduta al tavolo ad osservare quel mondo che ti scorreva davanti, e che ogni tanto ti faceva corrucciare la fronte. E mi raccontavi dei te, di quando il fiume era un paradiso, e a volte anche un inferno. Tu, col tuo bastone da passeggio, il cagnolino che nervoso  e sempre allerta, si aggirava intorno alle tue gambe, forse impaziente di tornare a casa. La tua casa sul fiume.  E ti ascoltavo bevendo le tue storie, affamata di passato, affamata di immagini che mi ricreavano la visione di ciò che era e ora non è più. E un po’ ti invidiavo, tu che eri riuscita a vedere l’Adda così maestoso, così imprevedibile e pauroso. Ti davo del lei, non avendo confidenza col tuo antico riserbo, con la tua dignità remota, coi tuoi valori incrollabili. E ho saputo che te ne sei andata. Già da mesi, quando scendendo al fiume chiedevo  di te mi dicevano: non sta più alla casa sul fiume, se n’è andata. La notizia non mi era piaciuta, per niente, e fissavo quel posto, pensando al  vuoto che avevi lasciato in tutti noi.  Sei stata  un pezzo della storia di Cassano e ricordo quando mi hai accolto nella tua casa. Da poco ero approdata  in questa terra un po’ selvaggia, un po’ reticente, un po’ timida e rude. Ma tu mi hai ricevuto col calore e l’accoglienza che si dona a una vecchia un’amica e mi hai permesso di scrivere di te, su di te, sul tuo mondo e della lunga e bellissima vita che hai vissuto. Del tuo scopo di preservare questo pezzo di natura, del tuo amore per il silenzio e dello scorrere lento e familiare del fiume. L’Adda. Oggi voglio ricordarti signora Erminia, voglio ricordare quel giorno in cui mi concedesti un po’ del tuo tempo,  coi tuoi familiari riuniti intorno al tavolo ad ascoltare forse per l’ennesima volta la tua vita e mai stanchi di ascoltarla. 

 

Spero tanto di rendere giustizia alla tua storia come al tuo ricordo ripubblicando la famosa intervista di quel giorno. Un bellissimo ricordo al quale ogni tanto mi piace tornare. Un attimo di vita stampato a fuoco nella mente e nel mio cuore.. arrivederci cara Erminia, proteggici tutti da dove sei, e sorridi alle nostre piccole marachelle. Un abbraccio

GIOVEDI’ 10 AGOSTO 2010

La casa sull’isola

Non ci potevo credere! Ero riuscita ad ottenere un’intervista con l’unica abitante dell’Isola Borromeo: la signora Erminia Assanelli, considerata a Cassano d’Adda, una vera istituzione. Col mio anfitrione abbiamo percorso il lungo viale d’accesso all’antica magione, unica casa del parco, d’estate completamente mimetizzata dal folto degli alberi. Quel giorno pioveva su una neve fredda e fastidiosa, rimasta sui sentieri fangosi ad intralciare e infangare uomini e macchine. Imboccammo una lunga scala che portava al piano superiore della casa. Il piano terra era ormai pressoché disabitato, a parte un ambiente utilizzato dall’Agesci durante i raduni scouts. La signora Erminia mi accoglie un po’ timidamente, ma cordiale e accogliente. Nonostante si aiuti con un bastone, la sua alta e forte figura s’impone sull’ambiente domestico. Gli occhi sono mobili, intelligenti e vivacissimi. La parlata rapida, colorita e incisiva. Si siede nel suo trono e m’invita ad accomodarmi. È nervosa per l’intervista e mi dice subito che non sa se potrà rispondere a tutte le domande.- Vada a ruota libera.- la esorto – Non si preoccupi, tanto c’è il registratore.- Erminia è nata il 23 febbraio di 79 anni fa, a Rivolta d’Adda e vive nella casa sull’isola, dal 1960, quindi da 49 anni. La sua casa è bianca, ha due piani ed è posta proprio al limitare del parco. Di fronte la cascina si apre un grande spiazzo alberato che affaccia sull’Adda. L’edificio ospita al suo interno anche la base scout dell’Agesci, l’associazione degli scout e in estate i bambini del grest allietano la riva boscosa del fiume come molti anni fa. Si, infatti, anche ai tempi del fascismo c’era una colonia estiva sulle rive dell’Adda, i maschi vestiti di azzurro e le bambine di rosa. Quando arrivava l’estate, veniva montata una baracca di legno che fungeva da spogliatoio finchè nel 1960 è stata sostituita da una costruzione in muratura. La colonia ospitava fino a trecento bambini e fu attiva per molte estati, fino al 1983. Ma facciamo un passo indietro. Nel 1958 Erminia abitava nella cascina situata sulla punta estrema dell’isola, ora sede dell’associazione ambientalista Alboran. Ci vivevano quattro famiglie in quella cascina, ma lo spazio era esiguo e scomodo. I servizi igienici erano fuori dalle case, nella stalla con gli animali. La gente che abitava la cascina viveva dei prodotti della terra e dell’allevamento di animali da cortile. Era una comunità rurale ma indipendente. Erminia è vissuta due anni alla cascina, col marito, i figli e i suoceri. Un giorno il parroco, Mons. Favalli le fece una proposta che avrebbe cambiato il corso della sua esistenza. Era una mattina piena di sole ed io ero nell’aia insieme ai miei bambini di quattro e tre anni. Come spesso accadeva il parroco venne a farci visita. Ma quel giorno era venuto a controllare i lavori che stavano eseguendo. Mi feci coraggio e gli chiesi – Signor prevosto, cosa stanno costruendo là in fondo?- e il Parroco disse: – La casa del custode.- Erminia fissava la costruzione e pensava, chissà chi ci andrà a vivere, quando il parroco, fissandola intensamente la affrontò. – Signora Erminia – Il Parroco conosceva bene le sue pecorelle, ma la signora Erminia era speciale. – Dica- rispose come sempre riservata e rispettosa, ma decisa e ardita. – mi dica, con sincerità, ma lei ci andrebbe a vivere là? Nella casa del custode? – Il parroco vide il volto della donna illuminarsi. – Padre!- rispose eccitatissima – Certo che ci andrei! E di corsa! – La sera lo disse al marito che lavorava nei campi insieme ai fratelli e ai suoceri. E così fu. Alla fine dell’anno si trasferì con la famiglia nella nuova casa. Era felice, nel silenzio del bosco. Solo rumori della natura, non come nei condomini. C’era stata per un po’ di tempo, appena sposata, in una corte vicino al bar Villa, ma non lo sopportava. La gente litigava continuamente, e lei, avvezza alla vita in cascina, solitaria e libera, non riusciva ad abituarvici, e così,quando le liti cominciavano, inforcava la bicicletta e scappava dai nonni. D’estate, sulla fascia di terra antistante la casa, si organizzavano le colonie. Si era da poco trasferita, quando nell’estate del 1960 il direttore della scuola di Cassano, il maestro Bettini le chiese se se la sentiva di dare una mano nella mensa della colonia. Erminia non era abituata a cucinare per così tante persone, così, appena gli impegni di famiglia erano espletati, si metteva ad osservare come cucinavano le cuoche della colonia. Finalmente si decise e accettò di lavorare alla mensa insieme ad altre tre donne che divennero subito sue amiche.

colonia maddalena

Lavorò con loro per tanti anni, finchè la figlia non ebbe bisogno d’aiuto quando nacque il suo primo nipotino. Come poteva dirle di no? E così Erminia si sacrificò e lasciò il lavoro. Tornò in pista, stavolta come nonna a tempo pieno. E mentre il bimbo dormiva beato, cullato dal silenzio dei boschi e delle fresche acque, la nonna vegliava su di lui. Tutte le mattine andava alla cascina a prendere il latte fresco appena munto. Il bimbo faceva colazione e poi Erminia lo caricava in bicicletta e lo portava all’asilo. A questo punto le chiesi quanto, nella sua tranquilla esistenza sull’isola, abbia interferito la presenza dell’Adda. – L’Adda era molto più grande anni fa! – mi raccontò con enfasi – occupava tutta la fascia che ora è coperta di terra e alberi. Quando era in piena faceva davvero paura! Diventava marrone per le acque tumultuose del Brembo che a Canonica entra nell’Adda. Invece a volte i grandi tronchi d’albero trasportati dalla corrente, bloccavano l’ingresso delle chiuse a monte.- Una delle più gravi esondazioni dell’Adda fu nel 1989. Quella volta la signora Erminia fu costretta ad evacuare l’isola. L’acqua entrò nelle camere al piano terra. Tutti gli animali che aveva, galline, conigli e oche morirono. Quando, dopo una settimana, finalmente riuscì a rientrare a casa e vide cosa aveva fatto il fiume, pianse. Ma i cani, i due cagnolini che non aveva potuto portare con sé, erano lì, sulla scala ad attenderla, un po’ dimagriti, ma vivi. Un’altra volta, era il novembre del 2004, si era rotto il bacino della centrale e l’Adda aveva allagato il bosco, in quell’occasione dovettero scappare in tutta fretta. Sul suo volto vedevo rivivere le emozioni di un tempo, forse mai sopite, e le chiesi come aveva potuto adattarsi ad una realtà tanto dura. Fece un’alzata di spalle e disse.- Rifarei tutto uguale. Fin dall’inizio. Sono stata felice qui, fino a nove mesi fa, quando il mio povero marito mi ha detto addio per sempre.- – Ed ora come vive signora Erminia? Chi si prende cura di lei? – Le chiedo. Lei mi guarda un po’ rassegnata e mi risponde- Il parroco mi ha detto che finché ce la faccio da sola posso rimanere.- Infatti adesso che il marito non c’è più, la sera, una signora viene a passare la notte con lei. Ma la signora Erminia fa davvero fatica a soffrire di solitudine! La sua casa è un via vai di persone che adorano andare a farle visita, che amano ritrovarsi nella quiete della casa nel bosco. Tutte le mattine il genero passa da lei a portarle il giornale. Poi arriva il figlio a fare legna per la stufa. La figlia le porta la spesa, ma anche generi, nuore, nipoti e pronipoti si alternano a tenerle compagnia e movimentarle la giornata. Insomma, trovarla sola è un evento!! Sono ormai le sei di sera, la calda cucina è invasa dai cari della signora Erminia. È ora che mi accomiati da quel luogo caldo e accogliente. A malincuore mi avvio alla porta e forse lei ha capito. Mi saluta porgendomi un pacco di uova delle sue galline.- Torni a trovarmi – m’invita cordiale.- Ma nella bella stagione, così potrà assaporare meglio le meraviglie di questo posto.- Felice di averle strappato una promessa, ripercorro a ritroso il viale. Un po’ ti invidio, cara signora Erminia. La tua vita non è certo stata priva di ostacoli, in un luogo bello, suggestivo, ma non sempre accogliente, affrontando difficoltà e gioie. Sei un esempio d’altri tempi, ma che non stona con la modernità, che può benissimo sposarsi con la vita odierna, basta essere in grado a rinunciare a qualcosa di superfluo, di sacrificare una piccola comodità e il resto lo fa il posto. Un posto magico dove il fiume fa la parte del leone. L’Adda col suo scorrere costante e ipnotico, ti ricorda che per godersi la vera essenza della vita, bisogna amare la nostra bella terra. Grazie signora Erminia, per il regalo che ci hai fatto.

by Emanuela Vacca   

Pubblicato in: Racconti

L’IMBOTTIGLIATORE DI SOGNI

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PROLOGO

LA VEUVE

Eravamo al largo di Capo Verde ormai da tre settimane e il relitto del brigantino se ne stava appoggiato sui fondali dell’oceano, semi sommerso dal fango e dalla sabbia. Il punto esatto del ritrovamento non era a grandi profondità e questo rendeva relativamente semplice il recupero del materiale di bordo, ma da qualche giorno il tempo non ci aiutava. Vento freddo e onde altissime si erano abbattute sulla costa impedendoci di lavorare. Ne approfittai per esaminare attentamente il reperto recuperato in una delle rare giornate di calma piatta in Atlantico. L’avevo notato subito, sporgeva dalla sabbia e da lontano sembrava il collo di una bottiglia. Pensai a un frammento di vetro, ma avvicinandomi mi accorsi che era una bottiglia miracolosamente intatta. La ripulii alla bene meglio e la portai in superficie. A prima vista sembrava non contenere liquidi, ma il tappo era ben sigillato. Strano, di solito il mare restituisce gli oggetti contenenti residui d’aria.

– Cos’hai trovato Mireille. Sembra la solita bottiglia con messaggio. – Mi avvicinai ai compagni dell’equipe. –Mai trovate così in profondità. Guarda qui – E porsi l’oggetto a Robert – Di solito galleggiano a causa dell’aria – Sul tappo c’era il simbolo di un’ancora e al suo interno si intravedeva un piccolo foglio di carta ingiallita. – Di solito. Forse ha esaurito le scorte – scherzò Emma . Aprimmo la bottiglia con qualche difficoltà ed estraemmo il foglio ormai logoro  – Stai attento, non vorrei si sbriciolasse prima di leggero, il messaggio – Era scritto a mano e in calce c’era una sigla “La veuve  viendra couper  vos têtes. Que vous soyez maudits! ”

RM

-Un bel messaggio, non c’è che dire – osservò Antoine. – Chi sarà questa vedova che fa perdere  la  testa –                                                                                                                                 – Forse si riferisce alla marca dello champagne, la  Veuve Clicquot usava questo simbolo – osservò Robert – Si, l’ancora con delle lettere ai lati, guardate qui – Sul tappo si vedeva chiaramente il marchio  VCP, le iniziali della centenaria casa francese di produzione di champagne famoso in tutto il mondo, la Veuve Cliquot Ponsardin – Forse chi ha lasciato il messaggio intendeva dire che il vino fa perdere il controllo, quindi la testa –  sostenne Emma – Ok, ma perché metterlo in una bottiglia e insieme a una maledizione? – Mi pareva che quel messaggio contenesse un terribile grido di aiuto e, al contempo un odio mortale.   Quella bottiglia vuota, e forse  altre dovevano far parte di un carico destinato a gente di alto rango, forse ufficiali. Decisi che ne volevo sapere di più.

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

by Emanuela Vacca